Sette anni staccano Cow dal precedente film di Guan Hu, Eyes of a Beauty. Sette anni in cui uno dei più interessanti esponenti della sesta generazione di registi cinesi, quella “urbana” secondo l’autore Zhang Zhen, ha spostato i suoi sforzi in televisione, dirigendo drammi di successo come Black Hole e The Winter Solstice. Cow è il suo grande ritorno al cinema, con il quale si conquista la critica internazionale (passò a Venezia 66, sezione Orizzonti) e un discreto successo di pubblico in patria. Niente male per un lungometraggio a medio-budget, ellittico e amaro come questo. Guan Hu trae spunto per soggetto e sceneggiatura da un racconto originario della regione Shangdong, situata nella Cina dell’Est. Ai tempi del conflitto sino-giapponese, vuole il racconto, un paesano si portava appresso una mucca in seguito a una promessa. Entrambi riuscirono a sopravvivere alla guerra. Da qui, e non dal romanzo ispirato a questa storiella, parte Guan Hu.
Subito Cow apre investendo lo spettatore con una fotografia secca e smorta. Il volto spaventato, sorpreso ed esausto di Niu’er (che in cinese significa “piccola mucca”) si aggira per il suo villaggio. Strade vuote, case vuote, tutto sembra deserto, svuotato dell’animosità colorata che, come scopriremo più avanti, era la norma in questi luoghi. Niu’er vaga cominciando a disperarsi, finché incappa nei cadaveri di tutti i suoi compaesani, compresa la sua amata Jiu’er. Impreparato all’orribile immagine che gli si para davanti, Niu’er scappa in lacrime fino a che, all’improvviso, la mucca che lo accompegnerà per il resto della sua vita spunta “sfondando” una parete. Da qui, tra balzi avanti e indietro nel tempo, inizia un’avventura di sopravvivenza che arriva ad essere epica, intrisa di coraggio e forza di volontà quasi innaturali.
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