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Bella addormentata

By catcarl​o on September 11, 2012

Il caso Englaro è stato una pagina orribile nella nostra storia recente, segnato da una violenza psicologica inaccettabile da parte dei movimenti pro-vita e da una ancor più disgustosa dimostrazione di opportunismo politico. Una materia incandescente, tanto che c’è andato di mezzo anche il film: la nuova giunta di (centro)destra della regione Friuli è arrivata ad abolire la sua ‘Film Commission’ nel tentativo di bloccare i fondi già erogati. Mediocre esempio di censura preventiva, presa senza neppure l’idea di cosa la pellicola avrebbe raccontato: perché Bellocchio, che pure è uno che non si tira indietro di fronte alle polemiche, si guarda bene dal fare un film su Eluana, ma utilizza la storia della sfortunata ragazza e del suo indomabile padre come spunto per una riflessione sulla vita e sull’autonoma rinuncia ad essa. Per farlo, il regista piacentino racconta quattro storie quasi del tutto parallele che si svolgono nelle ore immediatamente precedenti e successive alla morte (del corpo) di Eluana: la crisi di coscienza di un senatore pdl, la storia d’amore della di lui figlia pro-vita con un ragazzo che sta sul fronte opposto (il segmento forse più debole), il rapporto tra un medico internista e una tossica con manie suicide, il rapporto esclusivo tra una grande ex-attrice e la figlia in stato vegetativo. L’obbiettivo è di dare a tutti i punti di vista la stessa dignità e in questa insistita ricerca dell’equidistanza sta l’unica, vera critica che si può fare al film: non per motivi ideologici, ma narrativi, dato che ha come conseguenza una certa freddezza dell’insieme. In ogni caso, tale equidistanza non significa che Bellocchio rinunci a far trasparire il suo punto di vista: non ci sono i proclami, ma gli accenni, i sussurri, gli spunti sono a disposizione dello spettatore che è invitato a farli suoi. Molto più diretto l’attacco alla politica ed è inevitabile visto che si passa dalle questioni di coscienza allo spudorato mercanteggiare: per una condanna senza appello, basterebbero gli spezzoni tratti dai telegiornali e dal dibattito parlamentare d’epoca, ma meravigliose sono le scene da basso impero dei riti politicanti ambientati in una sauna illuminata dalle sole candele dove dà lezione di cinismo lo psichiatra interpretato da Herlitzka. Del resto, se la scrittura del film può a volte non accontentare, la parte visiva è di altissima qualità, con una scelta di inquadrature mai banali fotografate in modo rimarchevole da Daniele Ciprì. Di pari livello sono il montaggio nervoso ma funzionale – la fluidità narrativa non è mai stata la prima preoccupazione di Bellocchio – e una prova di attori corale e riuscita al punto, anche nei ruoli minori, che sarebbe far torto a qualcuno nominare solo questo o quell’altro: tutti aspetti che contribuiscono a creare un film, bello anche se non facile, che forse non colpisce con forza, ma che si radica deciso nell’animo dello spettatore attento.