Reviews of Kung Fu Hustle
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GekkoP
1Mar12
Quando la passione prende il sopravvento non è facile spiegarsi razionalmente. Non per il sottoscritto, almeno. Di conseguenza, non è nemmeno facile per chi ascolta comprendere cosa intendo. Nel caso di Kung Fu Hustle il compito è pure più difficile, perché il trattamento che la distribuzione italiana gli ha riservato è un insulto alle fatiche di Stephen Chow¹. Stessa cosa si può dire del precedente Shaolin Soccer, ma in quel caso non vale nemmeno la pena di cominciare il discorso: calcio e senso dell’umorismo vanno d’accordo solo se la risata viene portata sullo stesso piano intellettuale dell’italiano medio. C’è chi si accontenta e c’è chi non capisce. Nella maggior parte dei casi ci si accontenta perché è troppo impegnativo sforzarsi per capire. Equivale a chiedere l’impossibile ad un’Italia che riempie le multisale solo quando le portano la TV sul grande schermo. Spero si renda conto, quest’Italia, di pagare due volte per la stessa cosa. Kung Fu Hustle, dicevo. Sogno nel cassetto di Stephen Chow, Kung Fu Hustle è tanto, tanto di più della commedia con cui si presenta. Invece di convincervi del suo valore², però, vorrei provare ad analizzarne almeno in parte la complessità.
Una farfalla, dolce simbolo di trasformazione come scopriremo, vola sopra un paesaggio roccioso. La macchina da presa la segue per un tratto, poi ruota di novanta gradi posizionandosi in alto e inquadrando la scritta che le rocce compongono: i caratteri cinesi 功夫 (gong fu), che per noi occidentali si traducono in kung fu. Questo il titolo originale di Kung Fu Hustle. Dichiarazione d’intenti di Stephen Chow che punta in alto, e dall’alto, proprio come la sua telecamera, vuole guardare al Kung Fu come disciplina e come genere cinematografico. Sguardo lontano quindi, come è altrettanto lontano in un certo senso il suo personaggio all’interno del film, ma su questo tornerò in seguito. Il titolo è tanto semplice quanto ambizioso. Nelle mani di un talento comico come quello di Chow fa presagire una parodia di genere da aggiungere al suo corposo curriculum vitae. Kung Fu Hustle ha di fatto i suoi momenti spassosi, ma i tempi di From Beijing With Bycicle e Forbidden City Cop sono superati. Già lo erano in Shaolin Soccer, ma qui Chow si spinge ancora più in là, con una parodia che diventa critica feroce. Kung Fu Hustle è un insieme di generi, registri stilistici, umori ed emozioni pensato per uscire dai confini nazionali, esattamente come Shaolin Soccer. Tuttavia, qui si avverte l’urgenza di Chow di riprendersi la sua cultura e riproporla agli occhi del mondo attraverso la sua tradizione cinematografica.
Spiego meglio. Le arti marziali sono state saccheggiate dal cinema hollywoodiano, ai fini di una spettacolarizzazione fisica e brutale ignara della complessità filosofica che le sottende. I vari The Matrix e Kill Bill fanno delle arti marziali un volgare esercizio di combattimento, con l’aggravante di doversi nascondere dietro agli effetti speciali per mascherare l’evidente goffaggine degli interpreti. Gli stessi che parlano di omaggio, di licenza, di interpretazione, di rilettura sono gli stessi che subiscono questa specie di costante riciclo senza riflettere sui modelli originali. I temi proposti da questo cinema hollywoodiano sono ricalcati fedelmente dai classici orientali: eroi ed eroine che non sanno di esserlo, prima ai margini della società e poi portatori di pace e giustizia; forti legami d’amicizia; rigido codice d’onore; vendetta nelle sue varie accezioni. È qui che Chow interviene. Con una potenza visiva straordinaria, Kung Fu Hustle riporta in patria la sua cultura e la presenta in una veste unica. Guarda innamorato alla tradizione, rievocando i fasti di una Hong Kong e di una Shanghai che in epoche lontane erano il fiore all’occhiello del cinema popolare asiatico. L’importanza enorme del passato è facilmente individuabile nella formazione di Sing, il personaggio interpretato da Chow. Il passato forma indelebilmente il presente e prepara per il futuro, in un brillante parallelo fra il passato fittizio e quello dell’autore, entrambi determinanti per le due rispettive vite. Nello stesso momento, rilegge la tradizione per stoccate astute al cinema hollywoodiano. Capita nel cinema di Hong Kong che i maestri di arti marziali finiscano per essere dimenticati, poiché incapaci di entrare in un mondo che sembra non dar loro più nessuna importanza. Un tema tanto caro a Stephen Chow che riprende in Kung Fu Hustle mescolandolo con la satira. I suoi maestri esageratamente brutti e caricaturali sono un divertente contraltare ai bellocci americani, i quali proprio per questo falliscono anche nel sembrare reietti della società.
[continua qui: http://gwailoutavern.blogspot.com/2012/02/kung-fu-hustle-di-stephen-chow-2004.html]
- Currently 5.0/5 Stars.
Cathy
31Jul10
Chow’s films drip with joy for life, self awareness in humor and an enthusiasm for the film itself. Like a DJ he splices and samples aspects, old and new, to create something that can not only be described as creative, but as truly unique to a single film maker. (“Maker” in the purest sense, as he writes, directs, produces and stars in his films). His films somehow spawn comedic dialogue scenes with the rhythm and pacing of a highly choreographed fight scene, and fight scenes that over flow with Americana slap stick and Buster Keaton homage.
- Currently 5.0/5 Stars.