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Italian review

By GekkoP on December 21, 2011

Non sapevo da dove cominciare con Todd Haynes. Amo molto questo regista, e fino all’ultimo la mia penna era divisa tra Safe e I’m Not There. Ogni volta che riguardo uno di questi film lo preferisco all’altro, in un ciclico passaggio di affinità elettive. Avevo abbozzato uno scritto per entrambi, fino al punto in cui è venuto naturale proseguire con Safe. Questo non significa che sia lui ad aggiudicarsi il mio cuore, ci sarà anche un commento per I’m Not There prima o poi.

Safe arriva nel 1995, ben prima che Velvet Goldmine passi da flop commerciale a film culto. Il nome di Todd Haynes è ancora relegato ai circuiti indipendenti, e almeno in patria sarà proprio Safe a far guadagnare a lui e a Julianne Moore un meritato quanto inaspettato successo di critica. Anticipando gran parte delle ossessioni di Haynes che ritroveremo nelle opere successive, prima fra tutte la fragilità psicologica dei suoi personaggi, Safe è l’episodio più ambiguo all’interno di una produzione sempre a cavallo di generi e umori. L’ambiguità è sia negli intenti di Haynes, sia nella vicenda che coinvolge la protagonista Carol White. Ed è, soprattutto, in Carol White stessa, una meravigliosa Julianne Moore che carica ogni sguardo di incomprensione e impotenza. La Moore tiene lontano lo spettatore da una possibile immedesimazione e contemporaneamente lo cattura. Le espressioni sul suo viso sollevano più dubbi di qualsiasi domanda ci poniamo sugli eventi davanti a noi. Incapace di reagire al virus, presunto o tale che sia, subisce passivamente la progressiva alienazione dalla famiglia e dalla società. Haynes la segue a debita distanza, inserendola con occhio distaccato nella geometria soffocante degli spazi urbani e domestici della prima metà di Safe, e nell’altrettanto opprimente verde in cui si ritirerà in cerca di una cura nella seconda metà del film. É la stessa distanza che caratterizza le relazioni interpersonali di Carol. Nella vita di tutti i giorni, si dimostra fredda nel rapporto sessuale con il marito, gentile con le amiche ma senza una vera complicità nei loro discorsi, inadatta nel ruolo di matrigna. Pochi minuti e Safe mette subito in scena qualcosa che non torna. Che cos’ha Carol White? Perché si comporta così? Haynes sembra suggerire allo spettatore gli elementi che indeboliscono la salute di Carol, ma non chiarisce mai quale sia la vera causa del malessere, né la sua gravità. Stress? Inquinamento? Insofferenza alla routine? Haynes non risponde, avanza l’ipotesi che si tratti di sensibilità chimica multipla, una patologia che, riporto da Wikipedia, “sarebbe causata dall’impossibilità di una persona a tollerare un dato ambiente chimico o una classe di sostanze chimiche” 1. La diagnosi è controversa, è una patologia su cui scienziati di tutto il mondo hanno dibattuto a lungo. Un dato interessante è riportato dalla National Library of Medicine statunitense: “Potrebbe essere l’unico disturbo in natura nel quale il paziente definisce sia i segni che i sintomi della sua condizione” 2. Haynes sfrutta questo aspetto combinandolo con il carattere introverso e taciturno di Carol così da rendere inintelligibili la sua salute e i suoi pensieri. Il corpo di Carol si manifesta intollerante a diversi ambienti e circostanze: in automobile colpita dai gas di scarico della macchina che la precede, al mattino in camera da letto, nel salotto con alcune amiche. Accusa forte tosse, asma, vomito, nausea, temporanea amnesia. Finisce per diventare insicura, si muove quasi consapevole che qualcosa da un momento all’altro le accadrà. Respinge continuamente quello che la circonda e si arrende ad una fuga dalla città. Sceglie di affidarsi alla terapia di una comunità stabilitasi a Wrenwood, nel deserto, fino ad emanciparsi completamente dalla vita, chiusa in se stessa. Haynes non giudica codarda o coraggiosa questa decisione, preferisce rimettere a noi la conclusione.

[continua qui: http://gwailoutavern.blogspot.com/2011/04/safe-di-todd-haynes-1995.html]