È inutile presentare Takashi Miike almeno quanto ormai è diventato superfluo difenderlo agli occhi dei detrattori. Questi si possono generalmente, corsivo non a caso, suddividere in due gruppi. Il primo è di quelli che considerano sopravvalutato, quando non inutile, gran parte del lavoro di Miike. Esageratamente estremo, autocompiaciuto, maschilista, misantropo. Impegnati a bollarlo come regista di serie B, i detrattori in questione sono troppo pigri e poco svegli per accorgersi della complessità e della varietà stilistica di Miike.
Ma non voglio curarmi di loro, sono i meno interessanti. Piuttosto, è al secondo gruppo che mi rivolgo. Fra le fila di questa frangia ci sono appassionati di Miike che lo seguono da un pezzo, che conoscono anche minuziosamente la sua filmografia. Ancora non mi è chiaro perché l’accezione più genuinamente pop di Miike che io francamente adoro a loro non vada giù. Storcono il naso davanti all’esplosivo finale di Dead or Alive e guardano con sufficienza l’incredibile The Great Yokai War. Difficile abbiano visto i due splendidi episodi di Ultraman Max girati dal loro idolo. Quasi come se Miike dovesse rispettare il loro gusto e preparare giusto il film che si aspettano da lui.
Sukiyaki Western Django rientra fra le opere sottovalutate e ingiustamente bistrattate del cineasta giapponese. A onor del vero, le critiche arrivano sia dai detrattori di cui sopra, sia dalla stampa di settore, sia da appassionati di cinema asiatico a tutto tondo. Presentato a Venezia nel 2007 in versione international cut, di ben venti minuti più corta rispetto a quella uscita in patria¹, si fa a presto a capire perché Sukiyaki Western Django deluse gli appassionati di certo Miike. Il 2006 fu per lui un ritorno alle tematiche preferite dai cultori dell’eccesso dopo un 2005 che aveva visto solo i già citati Ultraman Max e The Great Yokai War. Con il maestro tornato a casa chissà che si aspettavano i detrattori del pop miikeiano. E mi sarebbe pure piaciuto vedere le reazioni sui volti dei critici specializzati. Esente, almeno in parte, del violento marchio di fabbrica di Miike, Sukiyaki Western Django apre con Kurosawa, passa per Sergio Leone e arriva a Sergio Corbucci spiazzando un po’ tutti. Il Django nipponico è infatti un atto d’amore verso gli spaghetti-western profondamente deviato dall’approccio unico, indipendentemente dalle tematiche affrontate, di Takashi Miike. Un film di genere, quindi, da un regista prettamente di genere che ama tanto gli artigiani, come esplicita la presenza di Quentin Tarantino fra gli attori, quanto gli autori. Dal Yojimbo di Kurosawa ripreso da Leone in Per un Pugno di Dollari, la telecamera torna in Giappone a chiudere un cerchio iniziato oltre quarant’anni prima. In verità, c’è ancora un passaggio di consegne finale, che sarebbe criminoso svelare, ma che certo rivela Sukiyaki Western Django umile e riconoscente fino all’ultimo.
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