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Italian review

Apro così: A.I. è l’unico film di Spielberg che in pieno azzecca il mio gusto, e lo reputo uno dei punti più alti del cinema statunitense del nuovo millennio. Mai stato grande fanatico del papà di E.T., sgombro subito il campo da un eventuale sospetto sulla mia posizione: non sono un grande appassionato di Stanley Kubrick, pur riconoscendone ovviamente la statura. Ribadita inutilmente l’impronta puramente soggettiva di questo articolo, veniamo al dunque.

A.I. è frutto di un’esperienza difficile a ripetersi. Le filmografie dei due registi hanno pochi punti di contatto, perché l’idea di cinema che sta alla base dei loro lavori è concettualmente diversa, quando non opposta. Pur toccando gli stessi generi (fantascienza, guerra), i registri non combaciano. Kubrick riflette, Spielberg parla. A.I. prova a fare entrambe le cose. In uno slancio di talento più unico che raro, Spielberg adatta il suo stile zeppo di classicismo e retorica alla lezione di Kubrick, trasformando elementi ricorrenti nella sua carriera senza perdere di vista la propria personalità. A.I. diventa una rilettura picaresca di Pinocchio¹, immersa in una profonda riflessione sulla tecnologia. La ricerca del piccolo Mecha di nome David ha l’onesta ingenuità dell’avventura. I sentimenti maturati dal robot rientrano nel processo di formazione che solitamente attraversano i personaggi di Spielberg. Quindi attaccamento alla famiglia, bisogno d’affetto, fiducia nel prossimo, accettazione e comprensione di ciò che non si conosce e apertura al tesoro dell’esperienza. Questa fiaba di immediata presa passa però attraverso importanti dubbi morali: come reagisce l’umanità davanti al progresso tecnologico? Cosa comporta sostituire al naturale processo di procreazione un simulacro concepito per amare? Cosa vuole in cambio tale simulacro? Domande che ne scatenano tante altre, ma insieme riconducono al quesito più naturale di tutti, già messaggio di Collodi: cosa significa essere umani? A.I. inizia chiedendo e chiedendosi esattamente questo.

La risposta, o almeno una delle plausibili, è articolata con immagini che in certi momenti nascondono le mani di Spielberg e Kubrick. A.I. non si inserisce facilmente nei percorsi né di uno né dell’altro. La sua unicità è preziosa, poiché negozia il volere e il valore di entrambi senza compromettersi. Spielberg sapeva a cosa andava incontro nel raccogliere questo progetto, a lungo rimandato e ripensato. Sapeva anche che la morte di Kubrick avrebbe pesato come un macigno sulla realizzazione del film e sulla sua distribuzione. In termini tecnici, perché avrebbe dovuto rispettare una determinata visione della storia e scelte ben precise che Kubrick aveva in mente da anni; in termini economici, perché i cultori di Kubrick hanno fama di intransigenza e il risultato al botteghino americano confermerà i presagi; e indubbiamente in termini umani, vista l’amicizia che legava i due cineasti. Nonostante questo, Spielberg si dimostra eccome all’altezza della situazione. Nel giro di una decina di minuti il suo universo non è solo perfettamente credibile, ma carico di un’ambiguità morale tipicamente kubrickiana. Fino all’abbandono di David nella foresta, questa ambiguità è interpolata con il dramma familiare in sequenze che si staccano nettamente da quanto Spielberg ci aveva abituato e ci abituerà poi a vedere. Qualcosa di simile lo tenterà in Minority Report, ma niente di neanche lontanamente paragonabile a quanto ottenuto qui. Gli interni asettici brillano di luce innaturale, le stanze immacolate di casa Swinton sono involucri privi di vita in cui i personaggi si muovono toccando a malapena lo stretto necessario per sedersi a tavola e andare a letto. Il contrasto con il calore della famiglia è netto e straniante, gesti semplici come sedersi per cena si riempiono di tensione, fatta di silenzi contradditorii e di malessere. Ogni scena trasuda artifizio, costruzione. A questo umano calore si contrappone la maschera realmente artificiale che i due coniugi indossano per mostrarsi affettuosi nei confronti di David. Non un caso che il primo a calarla al ritorno del figlio malato sia proprio il padre, lo stesso che aveva pensato ad un robot per riprendersi il ruolo di genitore. Tutta questa prima parte di A.I., che dura fino al già menzionato abbandono del robot, è ricca di spunti e piazza in lenta successione le domande a cui accennavo sopra. Prepara il terreno per l’avventura che seguirà, ma innanzitutto insiste sui dilemmi morali che ci accompagneranno durante tutta la visione. Una sezione che non occupa neanche metà della durata complessiva, ma che è più che sufficiente per capire come Spielberg abbia saputo fare proprio lo stile di Kubrick. È riuscito sia a non perdersi per strada sia ad omaggiarlo con reverenza. Uno sforzo encomiabile che merita un esame attento da parte di chiunque scelga la facile via della strizzata d’occhio al modello originale.

[CONTINUA QUI: http://gwailoutavern.blogspot.com/2012/02/ai-di-steven-spielberg-2001.html]