Che Pen-ek Ratanaruang sia uno dei più grandi cineasti in circolazione è un dato di fatto. Dai timidi esordi con Fun Bar Karaoke, passando per il successo di critica Last Life in the Universe, nel tempo il regista thailandese è andato cercando uno stile astratto e fitto di sottrazioni e silenzi. S’è preso i suoi rischi e ha commesso alcuni passi falsi, con coraggio e determinazione, sacrificando coerenza e fruibilità a favore di un ermetismo sempre più involuto. Tuttavia, il precedente Nymph segna un punto di arrivo fondamentale per la sua carriera: la forma è ora pienamente veicolo del contenuto, e il contenuto esplode grazie alla forma. Basti citare il piano sequenza in apertura, una lezione di cinema enorme ed eloquente, un modo sinceramente elegante per contestualizzare l’ambientazione della pellicola.
Headshot, sua ultima fatica, è un ritorno al crime che lo aveva lanciato fra i protagonisti della new wave Thai dello scorso decennio. Ratanaruang, memore di tutta l’esperienza pregressa, rivede la sua idea di crime e riscrive un genere specifico destrutturandone i canoni prestabiliti. Il canovaccio, infatti, è tranquillamente ascrivibile ai classici crime: poliziotti duri, criminali spietati, femmes fatales mozzafiato, galera, vendette, corruzione, omicidi, riscatto, giustizia personale e non. Tul (Nopachai Jayanama, già in Nymph) è un poliziotto integerrimo disposto a mettere a rischio la propria vita per gli ideali in cui crede. Il raid in una fabbrica colpisce un pesce troppo grosso. Provano a corromperlo, ma lui si rifiuta, per cui i malavitosi fanno in modo di sbatterlo in galera. In prigione entra in contatto con un’organizzazione di giustizieri privati, che gli offre la possibilità di mettere effettivamente in pratica il senso di giustizia che sta cercando. In una missione per conto di questi, Tul viene gravemente ferito alla testa da uno sparo. Una botta quasi mortale che gli causa un danno permanente alla vista: da lì in poi vedrà il mondo costantemente capovolto. A distinguere Headshot dal resto del filone crime ci pensa una componente religiosa-spirituale suggerita, accarezzata da Pen-ek, sottilmente mescolata agli sviluppi intricati della narrazione. Il principio di retribuzione del karma incastra il protagonista Tul in una serie di azioni-reazioni letali, alle quali seguono azioni-reazioni altrettanto rischiose. A queste, non serve dirlo, corrispondono conseguenze che Tul deve imparare ad affrontare. Proverà più volte a sottrarsi, ma è davvero possibile venire meno alle proprie responsabilità? Chi con la mente è tornato al meraviglioso Running on Karma di To non ha sbagliato.
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