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La scrivania di Sonia

by Ale/M
Una serie di film consigliati dall’ “Immenso” Pier Maria Bocchi A list of films recommended by ’"His Immensity" Pier Maria Bocchi Con “La scrivania di Sonia” segnaliamo ogni volta un titolo soltanto, recente, recentissimo, di quelli che mai e poi mai vedranno la luce sul mercato italiano, però già disponibili altrove in qualche forma(to), dvd/Blu-ray/streaming/download; si spera in questo modo di stimolare alla ricerca e alla visione, con la comodità per ognuno – se gradisce – di poterlo trovare (anche selvaggiamente in rete) senza difficoltà. (pmb) / With “La Scrivania di Sonia” every time we point out only one title, recent, very recent,… Read more

Una serie di film consigliati dall’ “Immenso” Pier Maria Bocchi
A list of films recommended by ’"His Immensity" Pier Maria Bocchi

Con “La scrivania di Sonia” segnaliamo ogni volta un titolo soltanto, recente, recentissimo, di quelli che mai e poi mai vedranno la luce sul mercato italiano, però già disponibili altrove in qualche forma(to), dvd/Blu-ray/streaming/download; si spera in questo modo di stimolare alla ricerca e alla visione, con la comodità per ognuno – se gradisce – di poterlo trovare (anche selvaggiamente in rete) senza difficoltà. (pmb)
/ With “La Scrivania di Sonia” every time we point out only one title, recent, very recent, among those that will never ever see the light on the Italian market, but already available elsewhere in some form…

Hawaii
“Eccolo, il film queer più bello del 2013 (dopo “L’inconnu du lac”): HAWAII. Cinema gay che ricerca una sua purezza perduta, innocente, dove il desiderio e lo sguardo carnali sono tutt’altro che maliziosi, ma anzi liberi, e dove la natura, che gioca un ruolo di prim’ordine, è anch’essa pura come i corpi che contiene. Proprio come il capolavoro di Guiraudie, sebbene con soluzioni diverse. E il finale, immaginato o no, mi commuove. Una storia d’amore “impreciso”, “dimenticato” e (forse) ritrovato: l’argentino Marco Berger è bravo (recuperate anche “Plab B”).

New world
“C’era una volta il cinema coreano blockbuster. Quello che mise praticamente la parola fine a Hollywood. Quello che negli ultimissimi anni si pensava morto. Invece col cazzo che è morto. NEW WORLD di Park Hoon-jung, enorme successo al botteghino locale, è il più grande gangster movie dell’ultimo lustro (ancor più di “Nameless Gangster”). C’è tutto quello che ci si aspetta dal genere, in confezione di lusso ma senza mai strafare (il racconto è limpidissimo e senza cincischiamenti), e c’è molto di più: perché il finale è ciò che non ci si aspetta da Hollywood. Per me esaltante. D’accordo, Choi Min-sik è un gigante, ma qui a regnare è Hwang Jeong-min, da applauso. Se non lo vedete, e pensate che il gangster movie di oggi sia “Gangster Squad”, allora non sapete cosa vi perdete".

Home sweet home
“Il primo film del francese David Morlet, “Mutants”, faceva abbastanza schifo. Il secondo, HOME SWEET HOME, girato in inglese, è invece un piccolo thriller della serie home-invasion molto abile e divertente. Con una sorpresa finale benvenuta. Consigliato ai fan del genere. E occhio a non confonderlo con altre robe omonime…"

Gangs of Wasseipur: part I
“In patria è stato definito “Il padrino” indiano. Di certo è un’epopea gangster (di 5 ore e 20 minuti! Sì, esatto, 5 ore e 20 minuti!) come non se ne vedevano da un bel po’. GANGS OF WASSEYPUR (diviso in due parti di 160 minuti ciascuna) è talmente travolgente che vieni sommerso da personaggi, proiettili, ralenti e canzoni (ma non balletti). C’è dentro di tutto, da “Scarface” a Scorsese. Bollywood al vertice, dove la violenza ferocissima (che non risparmia nessuno, donne e bambini compresi) riesce a fare il paio con un’ironia che non sai come prendere. Con alcuni pezzi di bravura stilistica del regista Anurag Kashyap da mandare nei matti. Alla Quinzaine, l’anno scorso, ha fatto faville. Guardatelo e lasciatevi inondare dal sangue (c’è un massacro finale all’ospedale che lascia basiti, e che non ha nulla da invidiare a quello di “Hard Boiled”)".

Tchoupitoulas
“Quando il cinema documentario è il più bel cinema del mondo. Tutto in una notte: tre fratelli neri a New Orleans, in mezzo ai rumori, alla gente, ai colori, al buio. TCHOUPITOULAS (si legge “ciupìtulas”) dei fratelli Bill Ross IV & Turner Ross è un coming of age che salta il fossato del genere e diventa vera e propria epifania cinematografica. Grande e sorprendente e “meravigliosa” come dovrebbe essere la vita. Coinvolgente, irresistibile, commovente. Straconsigliato".

Upstream Color
“Pensavate che “Primer”, l’esordio di Shane Carruth, fosse strambo? Aspettate di vedere il secondo film, UPSTREAM COLOR, di ben nove anni dopo. Non mi capitava di rimanere così da tanto tempo: cioè, coinvolto e nello stesso tempo incazzato. Perché ha tutte le carte in regola per diventare un cult (come “Primer”, d’altronde), eppure è così ambizioso e ostinatamente “arty”, refrattario ad ogni forma tradizionale di narrazione e indifferente dello spettatore, che non può non irritare. Non ci si capisce niente (ma proprio niente!), ognuno può tranquillamente dargli il verso e il senso che preferisce, anche il più altisonante: Carruth ne è ben consapevole, in ciò è anche sadico, ma è indiscutibile che la confezione sia talmente seducente e elegante da risultare irresistibile. Almeno per me. Di certo non è per tutti i gusti. E siate preparati. Se avete intenzione di vederlo, cercate di non leggere niente prima: rimarrete a bocca aperta, nel bene e nel male"

Journey To The West : Conquering The Demons
“Stephen Chow è stato il comico più geniale e irresistibile del cinema hongkonghese, ben più di Michael Hui. Le sue iperboliche contaminazioni fra generi furono un toccasana e un precedente per molti. Dopo il passo falso di “CJ7”, Chow torna dietro la macchina da presa (con Derek Kwok), ma per la prima volta non contemporaneamente davanti: e torna pure in formissima, perché JOURNEY TO THE WESTCONQUERING THE DEMONS è la rilettura della leggenda del Monkey King a suon di mostroni irresistibili a non finire, digitale sparato divertentissimo, gag perfette e l’elogio dell’umiltà contro la pulsione alla guerra. Fra pescioni, maialoni, cinghialoni e scimmioni, il demenziale, il macabro, la violenza e il ritmo coabitano come ai tempi migliori (la lotta iniziale contro il demone-pesce è coreografata come una comica del muto, e fa venir voglia di applaudire). Per i fan, è una conferma"

The Last Supper
“Se dio vuole, un paio di film orientali recentissimi mi ha riconciliato con quelle latitudini, dato che ormai la monnezza la fa da padrona (e non conto l’ultimo Wong, che da 1 a 10 per me è 15). THE LAST SUPPER è uno di quei filmoni storici zeppi di personaggi, vicende, tradimenti, ambizioni. Per il regista cinese Lu Chuan è un gran passo avanti rispetto a “City of Life and Death” (che non era brutto, comunque): un kolossal sulla Storia e sulla sua scrittura, sulla Storia tramandata e sulla Storia inventata, sulla menzogna e sull’eredità storiche. Shakespeare e Kurosawa stanno a guardare, e non si rivoltano nella tomba. E poi ci sono Daniel Wu e Chang Chen. Appassionante e intelligente: oggi, praticamente un miracolo"

I Come with the Rain
“Detesto l’esordio “Il profuno della papaya verde”, ma poi Tran Anh Hung è andato sempre in crescendo, fino al quasi capolavoro “Norwegian Wood”. Nessuno si è filato I COME WITH THE RAIN (titolo magnifico, peraltro), una co-produzione internazionale talmente folle da mandare nei matti. Ci sono dentro le Filippine, Hong Kong, serial killer, sculture fatte coi cadaveri, gangster, droga, un barbone-guaritore e tanta altra roba. E’ uno di quei film inclassificabili, sbagliati, sbilenchi, che non sai come prendere, e non sai se prendere sul serio. Ma a rivederlo per la seconda volta (per schedarlo sul dizionario), mi ha mandato per l’appunto quasi nei matti. Un delirio da amare alla follia, un noir cristologico, una discesa dentro se stessi per cavarne fuori l’abisso e il nonsense. Ho la massima stima per Josh Hartnett (che è anche un figo della madonna), capace di scegliersi ruoli non scontati e tutt’altro che comodi. Ma poi ci sono pure Shawn Yue, Elias Koteas che fa paura e soprattutto Lee Byung-hun, altro figo da spavento. E il connubio immagine-suono, come avrebbe dimostrato kubrickianamente con il film successivo, è nel cinema di Tran una forma fiammeggiante alla quale non si riesce a resistere: qui c’è il meglio del post-rock, Goodspeed, Silver Mt. Zion, Explosions in the Sky… E poi Radiohead, Polmo Polpo… A mio giudizio, un vero e proprio cult, nel bene e nel male"

Take this Waltz
“Su una storia simile, di un matrimonio, del banale quotidiano, di una passione irresistibile, degli errori, dell’inadeguatezza, del vuoto, Hollywood potrebbe fare oggi un indispensabile film con Anne Hathaway, e vi lascio immaginare cosa potrebbe essere. Sarah Polley, invece, all’opera seconda, si distanzia anche dal terreno minato indie-Sundance: e fa un film strano e convincente, con un andamento impressionistico e un uso del colore iperrealistico. Prendendosi anche molti rischi. Ma la cosa migliore è che non è ipocrita, fino alla fine. Ovvio che lo sguardo e la presa di posizione siano principalmente femminili, ma il ritratto di donna che ne esce non è assolutorio, anzi. Una sorpresa Luke Kirby. E poi un film che prende il nome da un brano di Leonard Cohen non può essere brutto. TAKE THIS WALTZ”.

Boxing Day
“Ispirato da Tolstoj, l’ex regista prodigio di “Candyman” torna a fare un gran film. Una storia di rapporti di classe e di potere (quasi) tutta chiusa in un’auto, che non ha paura di entrare in territori (quasi) metafisici. Un film d’attori e di dialoghi ma anche di regia, capace di creare una tensione da thriller mentre affronta questioni alte. Uno di quei miracoli fatti (quasi) con niente, su cui forse non scommetteresti mai. Bellissimo"

Compliance
“Serial rapist on the phone fa passare una brutta giornata a una cassiera di fast food. Prodotto da David Gordon Green, un film sulla stupidità, l’ignoranza, la prepotenza, i ruoli di potere, l’arroganza, l’ottusità di un paese che per comodo e per molte altre ragioni trascura l’evidenza, se non quando è troppo tardi. Di certo è costruito con grande malizia; ed è crudele, forte, diabolico e un pochino sadico. Dovete comunque vederlo”.

The Invader
“Qualche anno fa vidi a Rotterdam il suo corto “Induction”, e rimasi impressionato. Scrissi al regista Nicolas Provost, pregandolo di mandarmelo che ne avrei parlato su FilmTv. Così feci. Poi gli amicissimi Massimo e Roberto ne hanno fatto la personale per Onde al TFF. Poi lui ha esordito se dio vuole nel lungo: THE INVADER. Era a Venezia, ma non se l’è cagato nessuno, anche se c’è la Stefania Rocca che se lo prende nel didietro in una sequenza che Steve McQueen deve per forza aver visto per il suo “Shame”. I primi 5 minuti sono fra le cose più “wow” che ho visto di recente. Un film sul ribaltamento del mito del buon selvaggio, un film quasi di fantascienza, un film sullo scollamento dalla realtà e sull’inadeguatezza, senza prediche, ma anzi via via sempre più inquieto e inquietante, con un finale che torna alle origini e che fa abbastanza paura. Con momenti “rubati” per strada davvero notevolissimi. Provost, che è ambizioso e presuntuoso, è comunque uno coi controcazzi. Ps: che io sappia, esiste soltanto il dvd dutch con subs inglesi. Buona caccia"

The Imposter
“Ecco un doc che non rinuncia al suo essere, anche e prima di tutto, cinema. E di genere, per giunta. Perché è strutturato come un thriller, che si svela a poco a poco, e che riserva sorprese, ed è capace di rilanciarsi. E funziona anche per questo, perché via via ti mette addosso una tensione pazzesca, dopo una partenza che ricorda l’indimenticato “The Thin Blue Line”. Una vicenda assurda e incredibile per un film sulla stupidità, sulla “fede” che prevale sull’evidenza, sul vuoto, sull’impreparazione e sull’inadeguatezza alle cose. Fra l’altro. Ed è anche un horror. Quasi. Da vedere assieme a “Compliance”, e tenendo a mente “The Stepfather”.

The Sweeney
“Della serie: non si capisce perché un film così non debba venire distribuito in sala da noi. Mentre “Taken 2” sì. THE SWEENEY è uno stracazzo di poliziesco urbano, che prende a piene mani da “Heat” (tanto per cambiare: ma è la pietra di paragone da cui non si può più prescindere nel genere, evidentemente), capace di “giri” di boa e di copione davvero poco scontati (oggi), condotto e confezionato con bel piglio secco. Ray Winstone è una bestia; peccato che ad affiancarlo sia Ben Drew, che è tanto caruccio ma attore mediocre e trascurabile. Highly recommended"

Universal Soldier: Day of Reckoning
“Non mi è mai fregato niente della serie, il primo episodio mi diverte ma gli altri non li ho manco presi in considerazione. Però il casino censorio su quest’ultimo mi ha incuriosito. Be’: UNIVERSAL SOLDIER: DAY OF RECKONING (ovvero il 4°) è un incredibile bum bum film con un tasso di violenza al cui confronto “The Expendables 2” o quella merda oltre l’umana tolleranza di “The Man with the Iron Fists” sembrano la “Cinderella” di Disney. Serissimo, tetrissimo, sanguinosissimo, pieno zeppo di splatter, di teste dita piedi tranciati, di cervelli che imbrattano i muri, di puttane sparate e di corpi martoriati (la scena nel bordello fa capottare!), è davvero un action movie come non si vedeva da anni. E la confezione, pur con lungaggini e altro, è di tutto decoro (il regista, John Hyams, è il figlio di Peter: forse buon sangue non mente). E poi c’è tutta l’ultima parte che guarda a “Apocalypse Now”… e Van Damme rasato a zero e pitturato di bianco e nero senza un motivo ma porca miseria fa la sua porca figura… e la chiusura che mi ha ricordato Cronenberg non so manco io perché…! Occhio, cercate di vedere soltanto la unrated director’s cut (di circa 114 minuti), e non la R-Rated version (di circa 109’) che taglia buona parte della violenza… Yippie-Kai-Yay, motherfuckers!"

Silver Tongues
“Non il classico indie statunitense. Un film inclassificabile, sgradevole, non comune, che può irritare per il cinismo, ma che fugge le attese, i generi e anche la morale. E comunque ti mette in gioco. Una commedia? Un dramma? Quasi un horror? Finale spiazzante che sembra far quadrare il cerchio ma che invece riapre il film a scenari ancora più spaventosi. Bisogna guardarlo con attenzione e buona predisposizione, perché si rischia il nervoso: ma dategli tempo.”

Detention
“Strappo alla regola, per un film che miracolosamente sta per uscire anche in home video italiano, a fine agosto. DETENTION è una commedia-horror davvero fuori registro, delirante e inafferrabile, travolgente e poco ortodossa, un incrocio senza soluzione di continuità fra “The Breakfast Club”, “Scream” e “Donnie Darko”, più una tonnellata di altre suggestioni influenze omaggi idee derive. Una “cosa” sorprendente, nel bene e nel male, con orsi macchine del tempo, Ufo e decapitazioini. John Hughes goes nuts as fucking hell! It’s high school, not the end of the world. Capito?".

Shit Year
“Dopo “Wild Tigers I Have Known”, Cam Archer guarda all’autopensionamento di un’attrice. Ci fa molto dentro, tra estetismi e extraterrestri, però io lo trovo sincero, sentito, partecipe, pieno di dolore e di tristezza veri, visivamente molto efficace, qua e là commosso e commovente. E Ellen Barkin è superba. C’è il dvd tedesco (con relativa traccia originale)… Su, su…".

Sound of my voice
“Ecco un film che mette inquietudine. Che dimostra una certa intelligenza di scrittura. Che non sbraca. Che ti attacca addosso un malessere strano. Che osa un finale che non t’aspetti e che ti lascia prima perplesso e poi ti fa alzare un sopracciglio. Con una scena folgorante:
la “santona” che sussurra “Dreams” dei Cranberries. Come direbbe qualcuno, una vera curiosità".

The Pact *
“Di certo l’horror contemporaneo non sta un granché bene, sebbene qua e là la bontà ci sia (ma sempre inedita in Italia, sia mai). THE PACT è uno dei quattro o cinque che quest’anno mi hanno davvero convinto. E spaventato. Forse finisce un po’ di fretta, ma riesce a costruire atmosfera e tensione. Ed è morbosetto il giusto. E, cosa che non guasta, non è scemo”.

Kotoko
“Il miglior Tsukamoto da almeno due lustri. Anzi, oso: forse KOTOKO è il suo vero capolavoro. Un film impressionante sull’inadeguatezza ai ruoli di donna e di madre e alla società, sull’instabilità e sul bisogno d’amore. Con un lavoro sulla messa in scena e soprattutto sul sonoro che lascia allibiti. Oso ancora di più: il più sconvolgente e spaventoso ritratto femminile della follia dai tempi di “A Woman Under the Influence” di Cassavetes (che se non avete mai visto non meritate di stare qua, detto fuori dai denti e col sorriso)."

Grupo 7
“Non un grande film, neanche un film indispensabile. Però lo spagnolo GRUPO 7 è un poliziesco spiccio e dall’ambientazione molto efficace e inedita (Siviglia agli albori dell’Expo ’92), fallato (specialmente in alcune parentesi private) però ben impaginato, senza svolazzi nostalgico-epocali, e con una scena finale davvero bella. Non aspettatevi il capolavoro; ma dato che batte la bandiera di uno dei cinema peggiori del mondo, è già una specie di miracolo. Consigliato soprattutto agli amanti del genere (you know who you are out there)”.

Sayazamurai
“Matsumoto Hitoshi, a mio modesto parere, è il vero nuovo talento del cinema giapponese (ormai che Miike ha un po’ appeso le scarpe ai chiodi e, a dirla tutta, ha un po’ rotto le balle), l’unico che mi faccia alzare il sopracciglio (capito, Mark Hetta?), l’unico in grado davvero di spiazzarmi. Ha fatto 3 film, uno più bello dell’altro. Il finale di “Symbol”, ad esempio, è tra le cose più stupefacenti e travolgenti degli ultimi anni. SCABBARD SAMURAI, un jidaigeki che, via via che va avanti, ti lascia sempre più sorpreso, e poi ti commuove, e poi ti fa sganasciare dalle risate (come sempre nel cinema di Matsumoto), e poi ti commuove ancora, e ti lascia basito. Da 1 a 10, 10 (solo per chiarire coi numeri), tanto da meritare un bel posticino nella mia classifica dei film dell’anno. Ovviamente in Italia solo 3 gatti lo conoscono. To’ guarda".

Sangue do meu sangue
“Per me fra i 10 film del 2011: SANGUE DO MEU SANGUE del portoghese João Canijo è una “soap” irresistibile, a cui a poco a poco ti appassioni come fosse un thriller. Torrenziale (ne esiste anche una versione estesa di 3 ore e 10 minuti), spietato però umanissimo, dramma polifonico-famigliare con personaggi indimenticabili e un senso del racconto da insegnare nelle scuole. Non fatevi spaventare né dalla durata, né dal paese di provenienza: consigliatissimo".

Footnote
“Era in concorso a Cannes nel 2011. Molti l’hanno sottostimato. Molti non l’hanno capito, prendendolo per un filmetto a metà fra la commediola e il dramma. Il regista israeliano Joseph Cedar ha fatto prima un gran film di guerra, “Beaufort” (recuperatelo), ma con FOOTNOTE entra ancora di più e in maniera più sottile fra le pieghe di un paese “paradossale” in cui gli eventi avvengono per “paradosso” e con l’effetto-domino.
Mettendo in crisi ogni cosa".

Weekend
“Allora, alzi la mano chi l’ha visto, dai tempi dell’ormai vecchio pagellino? Lo ripeto: WEEKEND è il più bel queer film degli ultimi 5 anni, un incontro che finisce troppo presto, un amore che non ha tempo per svilupparsi, due solitudini destinate a rimanere tali. Con dialoghi down to earth e un’intelligenza di impaginazione che non sono rari, di più. E un finale da “cinema classico” che se non vi fa piangere è perché siete di pietra. E poi c’è John Grant. Compratelo. Vedetelo. Più volte. E poi chiedetevi perché in Italia non si riescono a scrivere e a fare storie così “semplici” e universali".

The Incident
“Il regista debuttante Alexander Courtès è noto per numerosi videoclip musicali. Questa specie di “horror” manicomiale è molto ben confezionato, ha interpreti credibili, una suspense efficace e alcune punte di gore selvaggio (quel dito…). Peccato per il finale, intorcicato inutilmente…".

Extraterrestrial
“Dopo l’esordio notevole con “Los cronocrimenes”, lo spagnolo Nacho Vigalondo spiazza e fa una commedia fantascientifica con ufo e situazioni quasi da pochade: eppure EXTRATERRESTRE nasconde un’anima malinonica, per uno sguardo sull’amore e sulla solitudine contemporanei di grande tristezza (come dimostra la splendida ultima scena). Un oggetto curioso, davvero poco consueto. Titoli di coda con un brano di Magnetic Fields: detto tutto".

Nordzee, Texas
“Bavo Defurne è un regista belga che anni fa si è fatto conoscere nel circuito dei festival queer coi suoi corti (disponibili anche in home video italiano per Emik). Erano carucci. Questo è il suo primo lungo. Dove racconta – come in buona parte dei suoi corti – le giornate e le inquietudini di un adolescente gay in una cittadina costiera: innamorato del suo vicino di casa di poco più vecchio (col quale tromba, per fortuna!), e con una madre cicciona e un po’ vacca che suona la fisarmonica. Un filmino pacato e tradizionale, niente di nuovo, forse anche un po’ “vecchiotto” nell’affrontare certe cose, però è scritto con coscienza di causa, e dice le cose giuste, e finisce bene. E santiddio!, almeno questi ragazzini fanno sesso, e ne hanno voglia!”

Policeman
“Per quasi 1 ora, dinamiche macho-virili di un gruppo di forze antiterroristiche. Nell’ora successiva, dinamiche di un gruppo di ragazzotti anarcoidi aspiranti terroristi che sequestrano dei ricconi. Scontro finale. Esordio israeliano nel lungometraggio, un film sull’inadeguatezza e sulla superficialità delle ideologie. Senza salvare nessuno: sono tutti o degli esaltati, o degli egoisti, o dei viziati, o degli illusi, o dei nostalgici inetti. Ne viene fuori un paese a pezzi che non sa dove “guardare” e i cui valori – ancorché opposti e inconciliabili – in realtà non esistono. Con stile ultrasobrio, controllatissimo, pacato, inedito. Uno dei migliori film del 2011; penso che l’amico Pedro sia d’accordo… Per ora esiste il dvd israeliano con sottotitoli in inglese e in francese. Cercatelo e compratelo subiterrimo”

Honey Pupu
“Una conduttrice radiofonica incarica un ragazzo di cercare il suo fidanzato scomparso. E lui coinvolge nell’impresa alcuni amici di chat. Un bel film taiwanese (opera seconda) sui giovani (non “per” i giovani), scritto e diretto da gente che evidentemente sa di cosa sta parlando: è romantico, inventivo, sdolcinato, ambizioso, imprevedibile e contagioso come nella migliore tradizione di certo cinema asiatico (mi ricorda molto l’Iwai Shunji degli anni ’90, e in particolare All About Lily Chou-Chou). A voler toccare i massimi sistemi è spesso sul crinale del troppo che stroppia, e negli ultimi 20 minuti esagera un po’. Però fa parte del gioco e di ciò che mette in scena. Con uno stile peraltro vivo e talvolta videoclipparo abbastanza irresistibile. E poi c’è Taipei, perno del racconto, in cui il ricordo e la memoria lottano contro la mancanza e il vuoto lasciati dal tempo che passa. Confezione di prima qualità (il suono è di Tu Du-chi, collaboratore dei più grandi, da Hou a Wong)”

Starlet
“La produzione indie statunitense (se la si può chiamare ancora così) vomita film su film ogni santo anno, e l’85% è roba a dir poco trascurabile. Però talvolta c’è qualcosa che fa tornare il buon umore e la buona predisposizione. Uno dei pochissimi di quest’anno sarà in concorso al TFF. Uno dei pochissimi dell’anno scorso, STARLET, era tra l’altro fuori concorso al TFF. Sean Baker va più sul sicuro rispetto al magnifico “Prince of Broadway” (in competizione proprio al TFF nel 2008), però ha una scrittura limpida ed esemplare, ed è in grado di costruire molto bene due mondi (e due generazioni, e due solitudini) la cui diffidenza si trasforma in complicità (e magari amicizia); e il finale è un bell’esempio di equilibrio delle parti. Cercatelo, se volete: ne vale la pena, una volta tanto".

Magic Magic
“Il 2013 (diversamente dal 2012) è un anno penoso per l’horror. I 2 migliori saranno al TFF (gli appassionati sono avvertiti). Tutto il resto è monnezza (o quasi). Però MAGIC MAGIC no, anzi. Sebastián Silva è un regista curioso e bravo, e il dittico-double face-rovescio della medaglia “Magic Magic”/“Crystal Fairy” (quest’ultimo superiore, a mio parere, pur non essendo un horror) fa alzare il sopracciglio. Un film davvero fuori registro, che non sai mai come prendere, con un’atmosfera abbastanza sgradevole e un bel crescendo di paranoia. E quella cretina di Juno Temple ha un ruolo da odiare con molta pertinenza. E poi c’è Michael Cera (come anche in “Crystal Fairy”), che co-produce pure, e che ha una parte sorprendente che mette a disagio. E la fotografia è di Christopher Doyle. Insomma, sopracciglio alzato fino alla fine: buon segno".

Tokyo Family
“E’ fra i miei 10 film dell vita, “Tokyo Story”. Quindi, l’idea di perdere tempo per un remake aggiornato ai nostri giorni, in occasione del 50° anniversario della morte di Ozu, mi fa venire i brividi a priori. Ma se c’è Yamada Yoji, che per Ozu fu assistente alla regia e che ha diretto grandi film (sebbene non sempre: ne ha un’ottantina sulle spalle), posso pensare di provarci. Ecco: TOKYO FAMILY è meraviglioso, e mi ha fatto piangere come una fontana, mortacci sua. Molta critica americana che conta l’ha stupidamente massacrato, in odore di lesa maestà, ma è un cinema così semplice e trasparente (un po’ come l’ultimo Kore-eda) che la sua bellezza è – se me lo permettete – ontologica. Sei d’accordo, Massimo Causo? Per chi ancora (ci) crede"

Drogowka
“Dal TFF #31. Un gran film polacco (praticamente un evento più unico che raro): DROGÓWKA di Wojciech Smarzowski (del quale non ho mai visto nient’altro). Un poliziesco nervosissimo, tesissimo, cupissimo, tutto issimo, anche nella forma frammentata e frantumata da mille sguardi e filtri, fra cellulari, monitor e telecamere a circuito chiuso. La morale di fondo non è nuova (marciume e capri espiatori), ma era da un bel po’ che non vedevo un nero sociale così nero, senza sconti, mostruoso nel suo scivolare inarrestabile verso una certa rappresentazione “lombrosiana” del reale. E il finale mi ha fatto saltare sulla sedia. Il tipico film che la Hollywood di cassetta non riesce più a fare: in patria è stato campione d’incassi (chissà cosa ne hanno pensato le autorità…)".

C.O.G.
“Dal TFF#31, uno degli indie statunitensi più belli dell’anno. Purtroppo ingiustamente sottovalutato. C.O.G. (acronimo di Child of God) di Kyle Patrick Alvarez ha il coraggio di mettere in scena un protagonista snob e abbastanza sgradevole: la realtà che lui disprezza gli si appiccica addosso, attraverso una conversione che lo trasforma e lo lascia ancora più solo. Un racconto di (s)formazione poco scontato, con uno sguardo sapido non tanto sulla realtà quanto sull’idea di realtà che noi ci costruiamo, con l’ironia in punta di coltello di Sedaris e una capacità ammirevole nella costruzione dei personaggi”.

The Conspiracy
“Dal TFF#31. Il 2013, come ho già scritto e detto sovente, è stato un anno pessimo per l’horror. Ma ce ne sono 2 a mio parere notevoli. Uno è questo, THE CONSPIRACY. Che mischia con intelligenza e bella scrittura due sottogeneri ormai inflazionati, il mockumentary e il found footage: e fa una paura del diavolo, specialmente nell’ultima mezz’ora. Con una conclusione poi che sembra rimettere le cose a posto e che invece le rilancia, ampliando ancora di più l’orrore”.

Sweetwater
“Dal TFF#31, un western molto divertente e ben più “quadrato” di quanto il personaggio cappellone di Ed Harris possa dar a intendere. Praticamente un rape&revenge con un Jason Isaacs da mandare a memoria (al pari della sua “comune” incestuosa, introdotta da un viale di croci bianche). Spiccio e violento, non ne vedevo così da un bel po’".

+ 1
“Eccolo, in un’annata veramente deprimente per il genere (ne discutevo con Marco Lazzarotto Muratori l’altro ieri, dopo aver spento al trentesimo minuto l’ennesima scemenza indie statunitense, per giunta osannata in patria), l’altro fantahorror più bello dell’anno. Il regista, Dennis Iliadis, aveva girato il remake di “Last House on the Left”, che a me piace. Ma con +1 (o PLUS ONE, o PLUS 1) si allontana molto dalla consuetudine: e fa una specie di party-comedy giovanilistica odierna, con annessi e connessi del caso, trasformandola via via in un incubo sci-fi dai ricordi eighties (ma senza alcuna cinefilia, e questo è un grosso pregio). Come se “Project X” vestisse i panni di “Society” (per dire). Nel frattempo, riesce anche a dire due paroline sull’annebbiamento o addirittura la perdita dell’identità di una generazione letteralmente fuori sincrono. Se dio vuole, un film di genere con la testa che mi ha fatto alzare il benemerito sopracciglio (che ultimamente sta ben chiuso), imperfetto e talvolta un po’ tirato via, però diverso dal solito e ben poco scontato".

Museum Hours
“Mamma mia quanto è bello MUSEUM HOURS. Il regista, Jem Cohen, è uno che ha bazzicato la scena musicale che piace tanto a me (dai Godspeed You Black Emperor! a Silver Mt. Zion). Fra i produttori c’è Patti Smith. La co-protagonista è Mary Margaret O’Hara, di cui ricordo con un tuffo al cuore il duetto con Morrissey per “November Spawned a Monster”. E il film, dedicato a Vic Chesnutt, si svolge dentro e fuori il Kunsthistorisches Art Museum di Vienna, dove una guardia locale e una signora di Montreal s’incontrano e stringono un’amicizia che è prima di tutto rispetto (degli spazi) dell’altro. Una meraviglia sulla realtà, sull’arte, sulla capacità di osservare e guardare e ascoltare, raccontata con una semplicità e una chiarezza esemplari, e soprattutto con un amore per l’umana specie che adesso sembra quasi un’eresia. Datemi retta, prendetevi un po’ di tempo e fatevi un regalo: ne vale la pena"

E’ O Amor
“Per favore, non perdete tempo con certe cose. E guardatevi É O AMOR del portoghese João Canijo (quello del capolavoro “Sangue do meu sangue”). Perché sapete quanto io ce l’abbia col cinema autoriale da festival. Però piuttosto che un minuto solo di “The Monuments Men”, questo film riconcilia col bel cinema. Una storia sull’amore inviolabile e “incomprensibile”, un doc che non è (soltanto) un doc, uno sguardo dal basso e da “dentro” su un mondo e su un ruolo (femminile) che colpiscono per la loro serenità semplice e magari elementare, in apparenza truzza eppure così in pace che non può non commuovere. Un mondo a parte, forse il mondo migliore. Con un paio di scene (il pianto disperato del bambino alla ripartenza del padre, il coro in auto, la messa) che non si dimenticano. Vedete che c’è qualcosa di valore, in giro? Peccato che non ce lo facciano vedere, da noi”

Hail
“A rivederlo una seconda volta è ancora più bello. Inizia con la “Caccia selvaggia” di Arbo, e finisce con quarantacinque minuti di vendetta che lasciano senza fiato (raggiungendo picchi di violenza che neanche in un torture porn: vedere la scena nel container): l’australiano HAIL di Amiel Courtin-Wilson è prima di tutto una bellissima storia d’amore, e poi un drug movie, e poi un revenge thriller: la rinascita e la ricaduta di un uomo che non sa stare al mondo, e al quale il mondo non ha niente da dare. Visionario, astratto, imprevedibile: un gran film"

*da non confondere con altri “The Pact” che girano in rete, alcuni dei quali davvero penosi [(vedi The Pact, Strathford Hamilton – 2002). N.d.r.]

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