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Wants To Watch

by patchwork
Mission accomplished: Hirokazu Kore-eda – Maborosi no Hıkari * * * * (Nota: interessante l’uso di fotografia e luci, che spesso costringono le figure umane in spazi ridotti, piccole corsie orizzontali o verticali all’interno di un’immagine sovrastata dal buio o dalla natura) Michel Gondry – Dave Chappelle’s Block Party * * * * (Nota: utile per valutare Gondry denudato dei suoi orpelli artigianal-fantastici. Il risultato è ottimo, in grado di trasmetterci non solo l’intensità dello spettacolo, ma anche gli stati d’animo dei partecipanti, siano essi artisti o semplice pubblico) João César Monteiro – Recordações da Casa Amarela * * * (Nota:… Read more

Mission accomplished:

Hirokazu Kore-eda – Maborosi no Hıkari * * * *

(Nota: interessante l’uso di fotografia e luci, che spesso costringono le figure umane in spazi ridotti, piccole corsie orizzontali o verticali all’interno di un’immagine sovrastata dal buio o dalla natura)

Michel Gondry – Dave Chappelle’s Block Party * * * *

(Nota: utile per valutare Gondry denudato dei suoi orpelli artigianal-fantastici. Il risultato è ottimo, in grado di trasmetterci non solo l’intensità dello spettacolo, ma anche gli stati d’animo dei partecipanti, siano essi artisti o semplice pubblico)

João César Monteiro – Recordações da Casa Amarela * * *

(Nota: nelle due sue opere che ho visto, che definirei della maturità avanzata (azzarderei quasi un “della senilità”, non fosse che De Oliveira ha spinto l’asticella molto in là un po’ per tutti), c’è un’uniformità stilistica smaccata, dovuta alla presenza dominante del regista stesso, che interpreta in prima persona un malinconico protagonista “basso” e abietto (la cui ironia è legata ad un cinismo privo di empatia nei confronti di qualsivoglia essere umano al di fuori di se stesso, unito ad un appetito sessuale ossessivo e degradante) che si muove all’interno di una struttura filmica “alta”, con scelte di inquadrature studiate e mai banali unite a passaggi contemplativi (con lievi venature sociali) o stanianti.
In sostanza i film di Monteiro sono Monteiro stesso fotografato con stile)

Garth Jennings – Son of Rambow * * * *

(Nota: lo sviluppo è sempre quello, ma con me, quando mi da una sensazione di sincerità, funziona sempre)

Giorgos Lanthimos – Dogtooth * * * *

(Nota: Auschwitz 2.0. Addestramento alla disumanizzazione e alla fissità in camera asettica. Cani e uomini sono intercambiabili, tanto alla nascita quanto nella morte)

Paul Thomas Anderson – Boogie Nights * * * * *

(Nota: incredibile come un grande regista riesca a manipolare non solo lo spazio, ma anche il tempo)

Agnès Varda – Cléo de 5 à 7 * * * * *

(Nota: altamente concettuale eppure godibilissimo e toccante. Qui il tempo non si trasforma, bensì è: e solo l’animo umano, in quanto suo creatore, può modificarne i termini)

Gen Sekiguchi – Survive Style 5+ * *

(Nota: episodi che si alternano tra l’imbarazzante (i ladri gay), il brutto (i due killer), l’inutile (la pubblicitaria) e il pirotecnico fine a se stesso (la moglie ritornante – anche se questo ha quanto meno ottime scenografie e buon ritmo). L’unico episodio interessante è quello del padre uccello, che potrebbe anche essere commovente, non affogasse nel marasma che lo circonda. Gen Sekiguchi ci tiene comunque a farci sapere che ci sono 4 punti cardinali)

Harmony Korine – Spring Breakers * * * *

(Nota: tette, culi, sesso, droga, violenza e colori fosforescenti. Il tempo e la realtà non esistono, le frasi si inseguono in loop, Britney Spears è la sola musa, spring break forever)

Malik Bendjelloul – Searching for Sugar Man * * * *

(Nota: la storia che racconta è più interessante del modo con cui viene raccontata. Poco importa la veridicità storica, qui si cerca il mito del rock – e nella scena del concerto in Sudafrica la si trova in pieno. And you live in the past or a dream that you’re in)

Makoto Shinkai – 5 Centimeters per Second * * *

(Nota: immagini molto curate anche se a volte cariche oltre il limite del compiaciuto, finendo così per stridere con la semplicità della storia. Personaggi lievemente monodimensionali e finale a flashback frettoloso e caotico)

Joseph Losey – The Go-Between * * *

(Nota: in tutta onestà non ho capito cosa faccia di questo film un riconosciuto capolavoro. Io l’ho trovato un onesto film in costume un po’ noioso. Dovrò approfondire per capire se è stato un caso, un problema della versione in mio possesso – con un doppiaggio vergognoso ed una qualità della pellicola non eccelsa – o se proprio sono io ad avere problemi col Free Cinema)

Peter Greenaway – Nightwatching * * *

(Nota: come sempre con Greenaway mi trovo a metà strada tra la repulsione per la sua compiaciuta e cervellotica morbosità e la fascinazione per lo splendore formale delle sue opere. Interessante considerare questo film visivamente come un’immagine in negativo di The Draughtsman’s Contract: entrambi film sul disvelamente della pittura (e, per una sorta di sineddoche, dell’arte tutta), là predominavano gli spazi esterni, qui teatrali interni, anche per sottolineare il discorso portante del film sulla finzione e la figura dell’attore, che recita un ruolo tranne quando, rivolgendosi direttamente in camera, si mostra da dietro la maschera, proprio come avviene con Rembrandt nel suo quadro)

Derek Cianfrance – Blue Valentine * * *

(Nota: a quanto pare il disamore richiede uno sviluppo non lineare)

the music room
Eureka
welcome to the dollhouse
the pornographers
a colt is my passport
woman in the dunes
high and low
remorques
mother joan of the angels
the housemaid
chimes at midnight
the hospital
carnal knowledge

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